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Perché il siluro?

Nella vita di ognuno di noi c’è stato un giorno in cui ci siamo scoperti pescatori.

Questo momento non necessariamente è coinciso con il nostro primo contatto con il mondo della pesca, con la prima uscita o con la prima cattura, ma può avere avuto una collocazione temporale differente, una dimensione più introspettiva ed intima, slegata da una bella cattura o da un’esperienza gratificante.

Molte persone (tra cui chi scrive…) hanno raggiunto tale consapevolezza scoprendosi eccezionalmente coinvolti dalla partecipazione con cui vivono i tentativi (spesso vani…) che li porteranno a raggiungere i risultati ambiti.

Spesso si arriva a comprendere l’importanza della pesca nella propria vita solo dopo diverso tempo che la si pratica, e di solito, a quel punto, è amore per sempre.

Un vero e proprio riscoprirsi vivi, raccogliendo una sfida che è in primo luogo con se stessi: mettere continuamente alla prova le proprie capacità, di interpretare il momento contingente, di leggere l’acqua, di immaginare delle soluzioni, di applicarle per  raggiungere un risultato.

Una fame di riscontri che stenta a placarsi, anche dopo aver rilasciato una splendida preda.

E dopo aver compreso che la pesca è la nostra grande passione, o anche solo un’attività a noi molto congeniale, cosa abbiamo fatto?

Generalizzando, probabilmente ci siamo più o meno esplicitamente posti degli obiettivi, i più vari, ma ad innamoramento avvenuto, caratterizzati da un denominatore comune: la cattura.

Catturare un pesce, catturare più pesci, catturarli più grossi, catturarne uno in più del nostro vicino, catturare con una certa tecnica, catturare in un certo posto, oppure varie combinazioni di questi propositi: chi più ne ha più ne metta!

La voglia di raggiungere l’ obiettivo arriva a rasentare l’ossessione, il sogno ricorrente, la mania.

Per alcuni, può scattare un altro livello di (in)coscienza, non basta più genericamente pescare: la smania ad un certo punto diventa specie specifica e prende le sembianze della specie ambita.

Una vera è propria religione monoteista.

Alcuni venerano specie autoctone, altri specie in via di rarefazione, altri specie ritenute “nobili”.

Poi c’è chi, come voi e me, ha scelto di adorare un dio pagano, bistrattato e dipinto come crudele e distruttore: il siluro.

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Troppo semplice definirla “Simpaty for the devil”, per citare gli Stones.

Ma allora, perché si rimane stregati dal predatore danubiano?

E’ indubbio che il motivo più citato sono le dimensioni che raggiunge e la conseguente possibilità di combattere e catturare un pesce di taglia non usuale per chi non si dedichi a questo genere di pesca.

Il combattimento con un pesce di un paio di metri o più, quando si hanno la capacità o la fortuna di procurarselo, non può non lasciare il segno, soprattutto se, fino a quel momento, ci si è confrontati con avversari più convenzionali, la cui convenzionalità non sta però solo nelle dimensioni.

Perché, a mio parere, altri fattori alimentano l’amore vero, dopo la fase di innamoramento.

Sono personalmente convinto che effettivamente quello della pesca al siluro sia un mondo a parte.

Sicuramente parallelo all’universo della pesca, ma a se stante.

Popolato, certo, da canne, lenze, ami, esche, ma in cui trovano applicazione tecniche peculiari e soluzioni molto specifiche.

E le tecniche non possono che essere una conseguenza diretta del comportamento del siluro, pesce a tratti imprevedibile ed imprendibile, che alterna momenti di apatia totale ed invisibilità apparente (anche sugli schermi degli ecoscandagli…) a episodi di incredibile frenesia alimentare, quando l’intera popolazione di un certo tratto di fiume è in grado di mobilitarsi e palesarsi in “mangianze” che hanno dell’orgiastico, attaccando anche esche bistrattate per stagioni intere.

Cappotti pesantissimi per mesi, per poi catturare diversi esemplari in una singola battuta.

Un essere capace di riposare in veloci e profonde correnti alla base delle prismate, come di muoversi in pochi centimetri d’acqua o aggallare nelle acque limacciose che popola, esibendosi in un’ elegante, quanto inattesa, “delfinata”.

Un pesce che caccia quando gli altri cercano riparo, e che, nonostante la vista molto poco sviluppata, è in grado di seguire un’ esca per decine di metri, lasciandoci con il fiato sospeso (mentre assistiamo alla scena sullo schermo dell’ ecoscandaglio) per istanti che paiono infiniti, per poi assestare un attacco di precisione millimetrica evitando incredibilmente ami ed ancorine piazzati ad hoc…

E per contro, in grado a volte di gratificarci con attacchi su presentazioni dell’esca discutibili e fuori dai canoni.

Da qui le tecniche, alcune classiche (pesca a fondo, a galleggiante, spinning) altre veramente particolari.

La deriva con il clonk: quanti pesci attratti da un suono ripetuto conoscete?

La boa: sfruttando la propensione a cacciare di notte a galla o in acque bassissime.

Il vertical nelle sue differenti declinazioni: andando a svegliare il cane che dorme…sperando in un morso!

Striscio, anticipo, derive controllate: ovvero fare di una barca un’appendice del proprio corpo e controllarla con disinvoltura.

IMG-20150203-WA0000E non trascuriamo che una buona battuta di pesca al siluro inizia     lontano dal fiume con la necessaria autocostruzione di terminali, montaggi, zavorre, occupando mani e mente in sforzi di cui potremo forse raccogliere i frutti durante la prossima uscita, sempre troppo lontana, fosse anche solo domani.

Insomma, l’ossessione ci accompagna anche a casa e fa di noi dei siluristi h24.

Così il mostro di cui hai sentito sparlare al bar, ti piace.

E ti piace ancora di più quando scopri che non è affatto invulnerabile e che inquinamento, bracconaggio e gestione scellerata delle acque danneggiano anche lui, esattamente come tutti gli altri pesci.

All’ inizio ci si sente un po’ asociali, controcorrente, dato che la tendenza è quella di demonizzarlo, ma poi capisci che non tutti hanno un’opinione propria a riguardo, ma fungono da ripetitore di quella altrui.

E tiri dritto per la tua strada, visto che, tu, una strada in testa ce l’ hai, mentre chi parla per sentito dire non conoscerà combattimenti a volte estremi, adrenalina a mille, braccia che dolgono per giorni (anche solo per le sfacchinate!), tracce di fango ovunque, sabbia nei posti più impensati, mani graffiate per gloving incauti, pioggia, freddo pungente, caldo torrido, vento sempre inopportuno, la gioia del rilascio, lo spirito di squadra instaurato con i compagni di avventura: legami consacrati da strette di mani sporche di muco e dunque intimamente indissolubili, anche quando provate da cappotti e delusioni.

Tutto ciò, a me, è bastato per fare del siluro la mia ossessione.

E a voi?

 

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