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Occhi neri

Personalmente ho iniziato a pescare il siluro nel 2001, quando, con risultati assolutamente discutibili e altalenanti, battevo alcuni spot da riva insieme ai cari amici Trinchetto e Gobirra.

Pur essendo pescatori decenti di altre specie, pagavamo lo scotto della totale mancanza di esperienza in merito alle caratteristiche comportamentali del siluro.

Lo immaginavamo come un enorme, immobile pescegattone che popolava zone d’acqua ferma aspirando pressoché qualunque cosa di natura organica che gli passasse a tiro…

Immaginate il nostro stupore quando assistemmo alla cattura a spinning di un pesce sul metro e mezzo, addirittura sotto una cascata di acqua ossigenata e corrente, dove ci si sarebbe aspettati di trovare una marmorata, se solo non fossimo stati in Italia…

Erano anni in cui la leggenda vinceva ancora regolarmente sulla realtà: chi lo conosceva il siluro???!

Si contrapponevano le versioni da bar a quelle degli ittiologi puri: mito contro teoria, una bella lotta.

In pochissimi avevano maggiore consapevolezza circa la realtà delle cose e alcuni di questi si raccolsero nel Gruppo Siluro Italia di allora.

Per alcuni anni il GSI ebbe quasi il monopolio dell’ informazione relativa al siluro in Italia, in particolare relativamente all’aspetto alieutico.

Ci si orientava in merito ai materiali da adottare (quasi non esistevano attrezzature dedicate), vi si divulgavano le tecniche e l’ esperienza maturata sul campo, ma soprattutto si cercava di inculcare il rispetto per la preda in            un’ epoca in cui sia i mitomani che i teorici sopracitati erano concordi sul fatto che il siluro andasse eliminato.

I primi con metodi ruspanti e brutali, oserei dire medioevali, applicati ai singoli esemplari strappati alle acque e sacrificati come streghe sul rogo.

I secondi con metodi calcolati, scientifici, approvati, ma non per questo meno distruttivi e per nulla selettivi rispetto alle specie coinvolte.

Dunque le foto di pesci sanguinanti, appesi ed esibiti come trofei o la prescrizione di terapie a base di elettrostorditore e sub per tratti di fiume minacciati dal siluro, si sprecavano.

D’ altronde tuttora continuano a non mancare.

In un quadro simile, il pescatore medio dell’ epoca, killava il siluro nella convinzione che questo sarebbe bastato a far tornare i pesci che nei precedenti cinquant’ anni si erano via via rarefatti a causa dell’ impatto delle sostanze inquinanti sulle nostre acque, a causa della compromissione di aree di frega sempre più ampie da parte di attività estrattive, per la canalizzazione di interi tratti di alveo e per tutte quelle situazioni di mala gestione ambientale a cui siamo stati abituati.

Ricordo che non più tardi di una quindicina di anni fa, il Po piacentino era regolarmente solcato da sacchi di spazzatura che galleggiavano occhieggiando e che, alla foce del Lambro, ci ritrovammo a pescare su una “spiaggia” che era in larga parte composta da assorbenti e sacchetti di plastica.
Questo perlomeno fino a quando una parte dei depuratori milanesi non fu effettivamente messa in funzione.

Chiariamoci: il siluro non ha certo dato una mano al mantenimento delle specie in via di rarefazione, ma non è il solo responsabile, della loro scomparsa.

E’ solo una delle cause, peraltro una delle ultime, cronologicamente parlando.

Come poi ci sia finito il siluro nelle nostre acque, nessuno lo sa con esattezza.
Le istituzioni incolpano ovviamente i privati: gestori di laghetti e associazioni che, ripopolando acque private, hanno causato la “contaminazione” da alloctoni delle acque pubbliche.

Che poi la Federazione stessa ricorresse regolarmente a pesce di importazione per i ripopolamenti condotti, senza fare altro calcolo che quello economico, meglio non dirlo.

Poi con il tempo, il problema è stato sempre più identificato nell’ alloctono, colpevole di adattarsi alle condizioni penose delle nostre acque, non nelle condizioni penose che sfavoriscono la popolazione autoctona.

E poi di specie alloctone ce ne sono diverse, ma è il siluro ad essere il problema.

Bello avere un capro espiatorio, brutto, cattivello e odiato su cui scaricare le proprie colpe, no?

Non solo, su cui addirittura trovare il modo di lucrare attingendo ai fondi europei per il contenimento, peraltro sbandierato e mai condotto sistematicamente.
Anche perché se un comune lo fa e quello limitrofo no, il risultato è sempre solo e comunque quello di incassare dei finanziamenti: ed il vero scopo è comunque raggiunto.

Oppure, come la Regione Emilia Romagna ci ha dimostrato di sapere fare alla perfezione, far convivere leggi antitetiche per fare cassa in modi differenti in barba al fiume ed ai pescatori, troppo pochi e disgregati per farsi sentire sul serio: contenimento del siluro, divieto di deriva e uso di vivo e morto sono un esempio lampante.

Insomma, in un quadro del genere, cercare di diffondere il concetto di catch e release e spiegare l’ importanza della corretta manipolazione del siluro dopo la cattura ai fini del rilascio, era un’ impresa che si sarebbe detta destinata a fallire.

Eppure l’ abitudine di rilasciare il pesce al suo ambiente (senza la pancia aperta, intendo…) si è man mano diffusa.
Vuoi per etica, vuoi per l’ interesse nel preservarlo, vuoi per intelligenza e lungimiranza.

Il percorso è stato lungo, ma oggi il silurista consapevole libera il pesce e cerca di trattarlo al meglio per il tempo in cui la preda resterà in sua balìa.

E’ per questo che, consapevoli di quanto il percorso sia stato lungo e sofferto, dispiace quando ancora si vedono foto di pesci evidentemente maltrattati, o quando si scoprono dettagli poco edificanti sulla gestione post cattura (per esempio pesci trasportati per diversi minuti in barca, allo scopo di essere esibiti e fotografati).

Battersi per l’ uso del telo è cosa buona e giusta, ma ancora prima di arrivare a depositare o meno un pesce su di un telo si possono compiere errori più o meno inconsapevolmente, accecati dal perseguire i propri intenti.

La nostra società è cambiata e con essa il modo di vivere la pesca al siluro.

Più persone hanno avuto i mezzi e le conoscenze necessarie per pensare di intraprendere questa fantastica avventura.

E le informazioni, i contatti, le attrezzature, la socialità ad essa legati viaggiano in rete, in particolare sui social, dove ognuno di noi può peraltro ambire a crearsi il proprio “quarto d’ora di notorietà“, per dirla come Andy Wharol avrebbe detto.

Questa è veramente una grande opportunità che ha però alcuni limiti, uno tra i quali la possibilità che chiunque veicoli messaggi negativi in maniera più o meno consapevole e diventi un esempio per gli altri.

I social sono di tutti e tutti noi decidiamo l’ uso che ne facciamo e come vogliamo venire percepiti.

Così come il fiume ed i pesci del resto: sono nostri e a disposizione di tutti, per fortuna.

E quando dico nostri voglio dire di tutti coloro che li rispettano davvero e ne riconoscono il valore che hanno, non solo per se stessi, ma per tutta la popolazione, senza differenze di sorta.

Il rispetto non conosce confini, così come la stupidità e l’ illegalità.

Indicare linee guida “obbligatorie” per la tutela del pescato porta inevitabilmente a creare malumori, disagio, recriminazioni reciproche e, visto che nessuno di noi si può dire esente da colpe, in definitiva poco utile.

Però è necessario maturare una propria sensibilità, applicare il buonsenso ed essere capaci di rinunciare a qualcosa (per esempio a qualche scatto spettacolare in più), sapendosi accontentare se questo si traduce in minore stress per il pesce.

Quando pubblichiamo una foto di un pesce gestito male, siamo doppiamente responsabili:
in primis nei confronti dell’animale e successivamente per il cattivo esempio che forniamo alla grande utenza della rete, che non sempre ha gli strumenti per distinguere il caso particolare dalla normalità.

Più volte mi è capitato di ammirare un pesce o di apprezzare le capacità del pescatore attraverso le foto, ma di pensare che fosse un vero peccato che la cattura fosse stata gestita con evidente leggerezza.

Io non sono un tecnico dell’ argomento e non ho competenze particolari, però, per usare una metafora un po’ forte, non mostrerei fiero agli amici una foto della mia fidanzata alla quale ho appena fatto un occhio nero: per quanto bella lei possa essere, non ci farei comunque una bella figura.

Cura e rispetto

Cura e rispetto