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Il mistero del cappotto

Alcuni amici, quando hanno appreso dell’ inizio della mia collaborazione con Catmagazine, mi hanno suggerito di trattare un argomento di cui nessuno parla volentieri e di cui ancor meno si scrive:

il cappotto.

Ho accettato molto volentieri il suggerimento: avete a che fare con un vero esperto a riguardo.

Senza falsa modestia, di cappotti ne ho collezionati, e continuo a collezionarne, parecchi.

Se si vuole essere obiettivi e tentare di trasmettere qualcosa (esperienze, sensazioni o emozioni che siano), credo sia necessario impostare il rapporto su una solida base di onestà e trasparenza: il cappotto è il risultato più probabile delle uscite di un silurista, soprattutto se questo è alle prime armi o non esattamente uno dei pur numerosi pescatori che possono vantare continuità nelle catture e sfoggiare le foto eccezionali che tutti ammiriamo estasiati, alimentando la nostra passione e la nostre speranze.

Questo non vuole essere un modo per demotivare chi intraprende la sfida della pesca al siluro, quanto  al contrario, una premessa che vorrebbe aiutare tutti coloro che sperimentano il fallimento di una battuta di pesca, ad accettare il risultato come parte assolutamente integrante del gioco a cui hanno scelto di giocare: contro il siluro spesso si esce sconfitti.

La sfida verso il pesce, in questi casi, viene rimandata alla prossima uscita: abbiamo perso una battaglia, non la guerra!

Tuttavia, caricando l’ auto e rincasando con le pive nel sacco e un umore che non è esattamente quello che ci saremmo augurati all’ andata, si deve essere capaci di raccogliere un’ altra sfida mirata ad evitare, per quanto ci è possibile, di ripetere l’ esperienza: provare a comprendere i motivi del nostro risultato.

Per la verità, la stessa cosa andrebbe fatta anche nel caso in cui i nostri sforzi siano stati premiati, ma in questo caso è forse più facile che si arrivi a trarre delle conclusioni.

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Dove abbiamo sbagliato?

Molti fattori concorrono a determinare l’esito della nostra uscita così come molte pennellate di colore, nel loro insieme, compongono un dipinto.

Non possiamo che analizzarli separatamente, ma l’ esito (come nella pittura) dipende dalla loro combinazione e nella capacità di recepirne prima possibile equilibri e mutamenti.

Partiamo, in questa sede, dalle considerazioni più ovvie, ovvero dalla analisi del nostro avversario.

Il siluro è un predatore e, come tale, nonostante le cronache lo dipingano come sanguinario e distruttore a tempo pieno, si alimenta in determinate finestre temporali e/o  in concomitanza di situazioni ambientali specifiche.

Questo fa si che il suo comportamento sia profondamente differente da quello di pesci con altre abitudini alimentari.

Per fare un esempio lampante e che vorrebbe strapparvi un sorriso (seppure un po’ al limite, me ne rendo conto) immaginiamo di ascoltare l’ “Aria sulla quarta corda” di Bach (la sigla di Quark!) e pensiamo ai numerosi documentari sulla savana che tutti abbiamo visto…

E’ giorno e i leoni sonnecchiano sotto le rade acacie, circondati (seppure a distanza di sicurezza) da antilopi e gnu che passano la giornata brucando più o meno in continuazione.

Ma ad un certo punto, i leoni si attivano, si organizzano per cacciare e un erbivoro non vedrà la notte.

Come avete capito tutti,  il leone  delle nostre acque è il siluro e barbi,  breme e compagnia pinnuta sono i ruminanti di cui si nutre, caratterizzati per loro natura dall’ esigenza di alimentarsi con più costanza.

Il limite maggiore dell’ esempio è che il siluro è un predatore solitario, mentre i leoni cacciano in gruppo.

Ora torniamo sul fiume…

Ho personalmente sperimentato (in compagnia di amici e conoscenti ed in più occasioni) che con il fiume stabile, a parte momenti che restano generalmente validi (leggi alba e tramonto),  l’ attività trofica dei siluri conosce un picco in una/due occasioni giornaliere.

Traducendo nella pratica, le barche presenti su un buon tratto di fiume, se registrano un attacco, lo fanno più facilmente nella stessa finestra temporale.

Per dare una dimensione assolutamente indicativa, la finestra in questione possiamo immaginarla della durata di un oretta.

Questo non vuole affatto dire che al di fuori della finestra non si possa portare a termine la cattura della vita, quanto piuttosto che durante questo lasso di tempo è forse più facile che accada perché, nell’ esempio precedente, corrisponde al momento della giornata  in cui i leoni drizzano le orecchie…

Certo, se un antilope andasse a saltellare davanti al muso di un leone che sonnecchia, non mi sentirei di garantire la sua incolumità…e da qui i nostri sforzi nel cercare di proporre sempre e comunque esche convincenti raso fondo o a ridosso di ostacoli, dove il siluro riposa.

La finestra di cui si parla è influenzata dalla temperatura dell’ acqua e dalla pressione atmosferica, ovvero dal meteo nel suo complesso e tende a mantenere una (relativa) costanza nella sua collocazione durante la giornata se le condizioni meteo ed il livello idrico restano relativamente costanti. Questo fino a che uno o più fattori non cambiano in maniera sensibile, alterando l’ equilibrio e determinando la definizione di una nuova finestra quando le condizioni si stabilizzeranno nuovamente.

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Per completare rapidamente la descrizione del comportamento del siluro diciamoci che, come tutti sappiamo, l’innalzamento del livello del fiume tende ad attivare i siluri che, come si può facilmente verificare attraverso l’ ecoscandaglio, in queste occasioni sono più mobili e frequentano la colonna d’ acqua a diverse altezze e con intensità variabile.

Grossomodo lo stesso comportamento, anche se meno marcato, può essere osservato durante le giornate caratterizzate da bassa pressione atmosferica.

Durante la notte, il siluro si muove sotto sponda , cacciando i pesci contro le prismate, anche in strati d’ acqua molto superficiali o lungo rive caratterizzate da  acque molto basse.

Il quadro, nelle sue linee essenziali, è quello descritto.

Ciò che è bene chiedersi ai fini dell’ analisi del cappotto è se, alla luce del comportamento dei pesci atteso e rilevato attraverso l’ ecoscandaglio e attraverso le nostre osservazioni sul campo, le tecniche utilizzate durante la battuta potessero ritenersi adeguate.

Banalizzando: se mi lanciassi in una deriva notturna a centro fiume con la tecnica del fireball mantenuto raso fondo, per le considerazioni esposte sopra e per quanto fino ad oggi osservato nella mia esperienza di pesca, avrei meno possibilità di successo che pescando a break, dove sfrutterei i pesci che in autonomia si portano alla ricerca di cibo contro sponda e contro gli ostacoli sommersi, riuscendo peraltro a proporre l’ esca in superficie.

Se pescassi a break quando l’ acqua ha subito un repentino calo di temperatura, avrei probabilmente a che fare con pesci meno attivi nella ricerca delle prede.

E se pescassi costantemente raso fondo quando in realtà l’ attività prevalente dei siluri si registra in superficie, mi starei precludendo delle buone opportunità.

La morale vorrebbe essere che a siluri si dovrebbe andare adeguando tecnica e presentazione alla situazione contestuale, giocandosi carte differenti in relazione a quello che è il comportamento del pesce, non esitando a stravolgere l’idea di partenza, se necessario.

E’ scontato, ma siamo sicuri che il nostro approccio, prima di avere indossato un cappotto nuovo, sia sempre stato quello corretto?

Vi lascio con questo dubbio e senza nessuna pretesa di avere in tasca dei dogmi inconfutabili, perché nella pesca, come nella vita, spesso, in mancanza di certezze, bisogna affidarsi al buon senso.

Parafrasando un noto pescatore del passato: “Chi è senza cappotto, scagli la prima pietra” ed io come, sapete, il cappotto ce l’ho!

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