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Centomila, uno, nessuno

Le giornate che ho la fortuna di trascorrere sul fiume sono sempre vissute come un piccolo regalo che mi concedo per uscire dalla stritolante routine quotidiana.

Vi farà sorridere, ma arrivato sul fiume, scendendo i gradini che portano dal parcheggio all’acqua mi sento come un gladiatore che scende nell’ arena: le congetture, le proposizioni, le strategie  e, perché no, le paure di perdere buone occasioni, elaborate durante i giorni di attesa, da quel momento possono concretizzarsi.

Poi, va detto, non si concretizzano mai, perlomeno in positivo!

Nel senso che, aldilà del catturare o  meno, le cose non sono mai come te le eri figurate e vanno sempre in maniera differente.

In questo, per quanto frustrante, risiede in definitiva il grande fascino della questione: la sfida si rinnova, formalmente sempre uguale, ma praticamente sempre diversa.

Basta un refolo di vento al momento giusto (sbagliato, pardon…) per spostare la barca dalla traiettoria di deriva che ci avrebbe permesso di arrivare con la nostra esca sul pesce e far si che la cattura si realizzasse, mentre lo stesso alito può invece avvicinarci a tiro del pesce della vita.

Sugli argini, gente intenta alle attività più varie: chi lavora, chi corre, chi passeggia, chi amoreggia…

Solo poche persone hanno consapevolezza della grande sfida (grande perlomeno a livello emotivo) che si sta consumando a pochi metri di distanza, sull’ acqua.

Forse ci considerano dei perditempo, dei sanguinari, dei sognatori, dei grandi illusi, ma difficilmente conoscono le pulsioni che ci muovono e le sensazioni che proviamo, a meno che non siano dei nostri!

Me ne rendo conto quando, al lunedì mattina, mi trovo a parlare del fine settimana appena trascorso con i colleghi, tra i quali nessun pescatore può essere annoverato: in altre parole, non distinguerebbero un siluro da un calamaro.

Quando l’ argomento “pesca” emerge, mediamente ha la meglio l’ approccio bucolico : “Che bello, chissà come ti rilassi a stare li tranquillo e beato!” flautano, mentre la tua schiena ancora scricchiola per l’ umidità subìta durante la nottata e le spalle sono a pezzi per aver scarrozzato su e giù dall’ argine un volume di roba degno di uno sgombero, peraltro dopo una settimana di lavoro e spesso senza aver conseguito risultati che motivassero la sfacchinata.

Altra possibilità è l’approccio schifato: “Ma che cosa peschi nel Po? Le pantegane???”.

E allora ti prodighi per fargli capire che il Po è una risorsa e che, se solo lo avessero mai visto più da vicino rispetto a quando, sfrecciando su di un ponte dell’ autostrada tre anni fa, hanno letto su un cartello che lo stavano attraversando, resterebbero incantati da certi scorci e dalle sue potenzialità turistiche, mentre il tuo interlocutore è già passato a parlare di calcio con qualcun altro, archiviandoti definitivamente come sciroccato.

Se poi si parla di siluro, in un istante si tocca il fondo fantascientificopopolaretilico e vai con i cani e le papere che vengono risucchiati da improvvisi vortici, gli oggetti più disparati rinvenuti negli stomaci di pesci che passavano i 5 metri alla nascita, i bambini che spariscono dalle culle e con la vicenda di Pinocchio e Geppetto fortunosamente tratti in salvo dal ventre del Leviatano, tra le urla di giubilo della folla accorsa a vedere il mostro finalmente reso inoffensivo dal provvido intervento di un astuto e coraggioso eroe locale.

Insomma, siamo una minoranza.

Pochi, ma mediamente ben consapevoli della realtà dei fatti che sperimentiamo personalmente.

Da un certo punto di vista il fatto che non si sia dieci volte più numerosi a dividersi spot e prede non può certo definirsi un male, sebbene la popolazione dei siluristi sia andata via via aumentando, soprattutto sui social, più che sull’acqua.

Vista nell’ ottica del singolo, dunque, meglio così.

Tuttavia, come categoria, noi tutti paghiamo lo scotto cocente di essere una frazione marginale di una frangia di sportivi, dediti peraltro ad uno sport che non saprei definire diversamente che ad alto coinvolgimento ambientale (dunque più soggetto di altre attività alle bizze del legislatore), peraltro appassionati di un pesce facilmente tacciabile di essere un problema, e residenti in un paese miope, retrogrado e corrotto.

Mi sbaglierò, ma ad esempio per i tennisti varrebbe solo la parte dalla parola “residenti” in poi.

In natura individui con caratteristiche simili, vulnerabili nei confronti dei fattori ambientali più disparati che sfuggono al loro controllo, tendono a raggrupparsi, ad unire le forze per meglio resistere.

Noi non sempre facciamo altrettanto.

Attenti come siamo a non farci fregare un pesce dal vicino di barca, a non farci occupare la posta dall’ “avversario” più mattiniero, a non farci tagliare la deriva dalla barca più veloce, a non farci bagnare il naso da un altro pescatore, lasciamo che tutto ciò che non vediamo con i nostri occhi ci danneggi in maniera molto più significativa.

Già siamo relativamente pochi, inoltre tendiamo ad essere disgregati per pungere un ipotetico pesce in più, che potrebbe essere sempre più probabilmente uno degli ultimi, se certe logiche avranno la meglio, indipendentemente dalla specie di cui parliamo.

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Viviamo in un contesto complesso che ospita nelle sue convoluzioni burocratico istituzionali gli interstizi in cui alcune persone riescono ad operare non a garanzia di tutela ed equità, ma troppo spesso in maniera poco trasparente, perseguendo l’ interesse economico di pochi invece che rappresentare gli interessi della società intera.

E’ chiaro che tra noi pescatori comunque non sia pensabile prescindere da una certa dose di individualismo, ma da questo all’autolesionismo ce ne passa…

E’ altrettanto chiaro che se uno mi taglia la deriva posso decidere di cantargliene quattro, ci si parlerà di persona e più facilmente avrò soddisfazione, anche solo per avergli detto chiaro e tondo quello che pensavo, mentre se la regione X, vara la legge Y che danneggia una minoranza, come può il singolo (quando stenterebbe anche l’ intera minoranza in questione) far valere le proprie ragioni?

Insomma, già siamo quattro gatti, se poi ci accapigliamo per dettagli, campanilismi, colori della maglia, spot e pettegolezzi, dove finiremo?

Non lontano da dove già ci troviamo, temo.

Io non scrivo per tirare l’ acqua a questo o a quel mulino, posto che a mia volta possa avere delle opinioni e soprattutto dei limiti, quanto perché a volte percepisco antagonismo esagerato tra persone che perseguono a titolo individuale gli stessi fini: in questo modo rischiano di elidersi a vicenda, quando insieme sommerebbero le proprie forze verso il raggiungimento dello stesso scopo.

Insomma, se ognuno dei centomila continua a pensare per se stesso, allora, per quei centomila sarà come non essere nessuno

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